In Italia, fatte pochissime eccezioni, la maggior parte dei quotidiani d’informazione appartiene
a gruppi industriali finanziari che utilizzano i giornali come strumento di propaganda ed egemonia
anche a discapito della redditività del quotidiano stesso contravvenendo le leggi del libero mercato.
Pur assumendo la completa buonafede dei giornalisti, in questo contesto la libertà d’informazione
è oggettivamente limitata, come dimostrano gli avvicendamenti più o meno forzati di direttori di quotidiani
di primo piano.
Nel libro Il Baco del Corriere il giornalista Massimo Mucchetti ripercorrendo le vicende
proprietarie e non del quotidiano di via Solferino, in un’ottica liberale e liberista
affronta lo spinoso tema del rapporto tra libertà di stampa e assetti proprietari, che
per il Corriere fa risalire alla cacciata di Albertini da parte del fascismo: una colpa non ancora espiata.
Già nel ‘26, dopo la cacciata di Albertini, voluta dal fascismo e avvallata dai proprietari,
Einaudi, citando a sua volta un professore americano di sociologia, così schematizzava
la "mission" di un giornale in un’economia di mercato.
Il giornale ha cessato di essere, salvo che per giornali poco importanti, socialisti o laburisti,
organo di partiti;
esso è una fabbrica di notizie e di avvisi commerciali;
perciò deve essere organizzato in modo da vendere notizie e avvisi commerciali;
per conseguenza deve avere una circolazione;
per creare una circolazione, deve ispirarsi al concetto di seguire e creare una domanda nel pubblico; quindi creare
una opinione pubblica ed intuire le correnti di essa;
perciò deve essere indipendente dal credo dei partiti politici.
[...]E’ bene o è male fare questo o quest’altro? Non: E’ bene o è male dal punto di vista del partito? Per questa seconda
via perderebbe circolazione.
Perciò deve essere indipendente dai gruppi finanziari. Perderebbe circolazione.
Perciò i giornali sono diventati una enorme forza politica, separata e spesso in contrasto
con i partiti politici.
[...]E le grosse riforme le fanno i giornali e il presidente.
L’autore del libro ispirandosi a questi principi sostiene che un cosidetto editore "puro"
farebbe circolare maggiormente il giornale che diventerebbe un’azienda sana, ma riconosce
che in Italia questo non sia avvenuto e che non sia più possibile. Auspica allora una proprietà
diffusa, una "public company" che dovrebbe avere però qualche codicillo particolare ("poison pills" li chiama)
per evitare scalate sgradite da parte di gruppi troppo forti.
Rispetto alle indicazioni di principio non capisco per quale motivo
un giornale facente capo ad un proprietario privato sia più rappresentativo di un
giornale di partito. Forse perchè per vender di più asseconderebbe maggiormente
l’opinione pubblica? D’altronde anche un partito
per avere più voti è portato, specie oggi, a seguire l’opinione pubblica. O non è vero il viceversa che per formare un pubblico conforme
ai propri modi di produzione impongano un’opinione? .
Anche nel caso di editore puro o di public company, dal momento che il giornale come detto sopra
è fondamentalmente un mezzo di circolazione di avvisi commerciali, esso dipende
materialmente da chi compra gli spazi pubblicitari – ed oggi in misura molto maggiore,
circa per il 60-70%. E se una volta potrà soprassedere ad un articolo poco piacevole nei suoi confronti,
la terza o quarta volta deciderà di dirottare la pubblicità ad un’altra destinazione. Quindi,
estremizzando, o il giornalista si mette in riga o il giornale poco per volta sarà costretto
a chiudere.
–Come ripetuto ad ogni sciopero dai giornalisti, la libertà di stampa è seriamente in pericolo;
ma come risolvere la contraddizione senza mettere in discussione la proprietà dei mezzi
di produzione d’informazione? Ma come prender coscienza critica collettiva di questo
senza una reale libertà d’informazione?